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Sulla morte ed il morire

di G.I.GURDJIEFF

Estratto da “I racconti di Belzebù a suo nipote” di G.I.Gurdjieff

MR.G“Tutti gli uomini sono mortali, e ognuno di noi può morire in qualsiasi momento. Ed ora poniamoci questa domanda: l’uomo è capace d’immaginarsi realmente e, per così dire, “provare” nella propria coscienza il processo della sua morte? No! Per quanto possa averne un gran desiderio, un uomo non potrà mai rappresentarsi la propria morte e le esperienze che proverà durante quel processo. Ai giorni nostri, un uomo ordinario può al massimo immaginarsi, e in modo incompleto per giunta, la morte di un altro uomo. Ad esempio, è possibile immaginare che uscendo da un teatro un certo signor Tizio venga investito da un’automobile, restandone ucciso. Oppure che un’insegna scardinata dal vento cada sulla testa del signor Caio che passava di lì, e lo ammazzi sul colpo. O che il signor Sempronio, avvelenato da gamberetti avariati, non trovando nessuno che lo curi muoia il giorno dopo. Ognuno di noi può immaginare cose simili senza fatica. Ma un uomo ordinario è capace di applicare a se stesso le medesime possibilità immaginate per Tizio, Caio e Sempronio, e di provare davvero la terribile disperazione che gli procurerebbe una simile eventualità?

Pensate cosa accadrebbe a un uomo capace d’immaginare e percepire chiaramente l’inevitabilità della propria morte! Riflettere con serietà alla propria morte e prenderne davvero coscienza: che cosa potrebbe esserci di più terrificante? Nella vita ordinaria, oltre al fatto terribile dell’inevitabilità della morte, ci sono, specie ai giorni nostri, molte altre cose che, al solo immaginare di viverle, dovrebbero evocare in noi una sensazione di indicibile e insopportabile angoscia. Pensate ai nostri contemporanei che hanno perso per sempre qualsiasi possibilità obiettiva e reale di sperare nel futuro – cioè a chi non ha mai “seminato” niente durante la propria vita responsabile e quindi non avrà niente da “mietere” in avvenire – e supponete che un giorno costoro prendano coscienza dell’inevitabilità della propria morte imminente: al solo pensiero si impiccherebbero.

La particolare azione esercitata dalle conseguenze del famoso organo sullo psichismo degli uomini ordinari consiste precisamente nell’impedire alla maggior parte dei nostri contemporanei – questi esseri tricentrici in cui il Nostro Creatore aveva riposto tutte le sue speranze, come possibili servitori dei Suoi scopi più elevati – di conoscere in pratica simili terrori; e perciò di permettere loro un’esistenza tranquilla, vissuta nell’adempimento incosciente dei fini per cui sono stati creati, ma solo di quelli corrispondenti agli scopi più immediati della Natura perché, a causa della loro vita indegna e anormale, essi hanno perso ogni possibilità di servire a disegni più elevati. Sempre per effetto delle stesse conseguenze, non solo il loro psichismo ignora tali terrori, ma per tranquillizzarsi essi riescono persino a inventare le più svariate spiegazioni fantastiche, plausibili solo secondo la loro logica ingenua, sia su quel che percepiscono realmente sia su quello che non percepiscono affatto.

Supponete, ad esempio, che il problema della nostra incapacità di provare effettivamente questi autentici terrori potenziali, e in particolare il terrore della nostra morte, diventi “l’argomento scottante del giorno”, come a volte succede per certe questioni della vita moderna. È probabile allora che tutti i contemporanei, dai semplici mortali ai cosiddetti “esperti”, darebbero immediatamente una risposta categorica, senza mai dubitarne manco un istante, affannandosi “con la schiuma alla bocca”, come suol dirsi, di dimostrare che in realtà gli uomini si preservano dal rischio di provare simili terrori nientemeno che per la propria “volontà”. Ma se ammettiamo questo, perché mai la nostra presunta volontà non ci protegge contro tutte le piccole paure che ci assalgono a ogni piè sospinto?

Al fine di “realizzare” e comprendere quanto vi ho appena detto con tutto il vostro essere, e non solo con la “masturbazione mentale” che, per disgrazia della nostra progenie, è diventata la proprietà dominante degli uomini contemporanei, immaginate ciò che segue. Dopo questa conferenza, oggi ve ne tornate a casa, vi svestite e andate a dormire. Ma al momento di entrare nel letto, qualcosa salta fuori da sotto il guanciale, vi corre lungo il corpo e sparisce fra le lenzuola. Vi raggomitolate, respingete vivamente le coperte e vi sedete sul letto, coperti di sudore freddo. Mentre i battiti del vostro cuore invadono il silenzio della camera, fra le pieghe delle lenzuola intravedete un topino… Confessatelo francamente: vi sentite percorrere da un brivido al solo pensiero di una cosa simile. Non è così? Ed ora, vi prego, sforzatevi di fare un’eccezione e immaginate col solo aiuto del pensiero attivo, senza la minima partecipazione dell’emotività soggettiva ormai fissata in voi, che una disavventura del genere vi capiti realmente. Sarete stupefatti voi stessi all’assurdità di quella reazione. Che cosa c’è di orribile e di terrificante in un piccolo topo domestico, creatura del tutto inoffensiva? Ed ora vi chiedo: come si può spiegare quella reazione con la presunta volontà che ogni uomo si attribuisce? Come conciliare il fatto che un uomo è terrorizzato da un timido topolino e da migliaia di altre sciocchezze che potrebbero anche non succedere mai, mentre non prova alcun terrore davanti all’inevitabilità della propria morte?”

Spiegare una contraddizione tanto flagrante con l’azione della famosa “volontà” umana è comunque impossibile. Esaminiamo questa contraddizione con freddezza e senza alcun pregiudizio, cioè senza nessuna idea preconcetta e prefabbricata da sedicenti “autorità” – i cui sofismi, del resto, hanno un peso sia per l’ingenuità e per l'”istinto gregario” della gente, sia per i risultati che sorgono nel loro modo di pensare a causa dell’educazione anormale – allora diventa chiarissimo che tutte queste paure, grazie a cui l’uomo non sente il desiderio di impiccarsi, vengono consentite dalla Natura stessa perché sono indispensabili allo svolgimento della vita ordinaria. E in effetti senza di esse, senza tutte queste “punzecchiature” – obiettivamente nulla di più, anche se ne proviamo un “terrore inaudito” – non riusciremmo a provare alcun sentimento di gioia, di tristezza, di speranza, di delusione e così via; e non avremmo tutte quelle preoccupazioni, stimoli, spinte e in generale impulsi che ci costringono ad agire, a cercare di raggiungere qualcosa, a lottare per uno scopo. Nell’uomo ordinario, proprio l’insieme di quelle che si potrebbero chiamare “reazioni infantili” automatiche da una parte ne costituiscono e ne sostengono la vita, e dall’altra non gli lasciano né il tempo né la possibilità di vedere e di sentire la realtà.

Se all’uomo ordinario contemporaneo fosse dato sentire, o anche solo ricordarsi mentalmente, che a una scadenza fissa, per esempio domani o fra una settimana o un mese, o addirittura fra un anno o due, egli deve morire e morire davvero, che cosa rimarrebbe – chiediamoci – di tutto ciò che finora ha riempito e formato la sua vita? Improvvisamente per lui tutto perderebbe ogni ragion d’essere e ogni significato. A che prò l’onorificenza ricevuta ieri per i lunghi anni di servizio, che l’aveva colmato di gioia; a che prò l’occhiata così promettente della donna che sino allora aveva costituito l’oggetto del suo desiderio costante non ricambiato; a che prò il giornale col caffè del mattino, il saluto deferente del vicino sulle scale, le serate a teatro, le ore di riposo, il dolce sonno e tutte le altre cose… a che prò?

Certamente se un uomo sapesse che la morte è in arrivo, foss’anche tra cinque o dieci anni, tutto ciò non avrebbe più il significato di prima. Insomma, l’uomo ordinario non può né deve guardare “in faccia” la propria morte perché la terra gli sfuggirebbe di colpo sotto i piedi, ed egli si porrebbe in tutta la sua intensità la domanda: “A che prò questa vita, questo arrabattarsi e soffrire?”
 

Tendenze esseriche “obligolnian”

Le cinque tendenze esseriche “obligolnian”

Estratto da “I racconti di Belzebù a suo nipote” 

g

1 – Avere nel corso della propria esistenza esserica ordinaria tutto quel che è realmente necessario per soddisfare il proprio corpo planetario.

2 – Avere costantemente in sé un bisogno istintivo inestinguibile di perfezionamento nel senso dell’essere.

3 – Conoscere sempre meglio le leggi della creazione del mondo e del suo mantenimento.

4 – Ripagare fin dall’inizio e nel minor tempo possibile la propria venuta al mondo e la propria individualità, per poter essere in seguito liberi di alleggerire al massimo l’afflizione del Nostro Padre Comune.

5 – Aiutare sempre i propri simili, nonché gli esseri di altre forme, a perfezionarsi fino al grado di “Martfotai Sacro”, vale a dire fino al grado di individualità di sé.


Journey to inaccessible places

Those who understand the laws of vibrations can compose music in which there are three separate sets of vibrations, having different effects on the respective centres, consciously composed to induce in the hearers a striving, a wish to be.

– A.E. Orage

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L’ARTE DI VIVERE COSCIENTEMENTE – Introduzione alle idee e al lavoro della Quarta Via


Calendario Incontri – Maggio e Giugno 2013


Il Lavoro di Gurdjieff – Movimenti e Danze Sacre 2013

Dedicato all’applicazione pratica dell’insegnamento trasmesso

da G.I.Gurdjieff e J.G.Bennett.

Prima settimana: da Venerdì 26 Luglio a Sabato 3 Agosto
Seconda Settimana: da Sabato 3 Agosto a Sabato 10 Agosto

(E’ possibile partecipare ad una sola delle due settimane)

Il seminario è diretto da Jose Reyes – Insegnante della Quarta Via dal 1977

“Lo scopo di questi seminari è di fornire hai partecipanti l’opportunità di condividere e di sperimentare insieme i benefici dell’eredità spirituale trasmessa dei Maestri della Quarta Via e del Sufismo”.

Il programma include il lavoro con i Movimenti e le Danze Sacre (circa 4 ore al giorno), i temi, l’osservazione di sé, gruppi di condivisione, così come pratiche sufi per l’apertura del cuore.

La seconda settimana del seminario di quest’anno sarà dedicata eccezionalmente ad un corso di formazione per insegnanti di Movimenti per coloro che intendono perseguire l’insegnamento dei Movimenti insieme alle idee della Quarta Via.

Corso di Formazione per Insegnanti di Movimenti di Gurdjieff durante la seconda settimana:

Insegnare i Movimenti e trattarli come se fossero qualcosa di indipendente degli Insegnamenti e metodi della Quarta Via, è un grande disservizio alla memoria e allo scopo della visione olistica che Gurdjieff aveva del suo insegnamento. Vogliamo contribuire a portare un cambiamento radicale nel modo in cui vengono insegnati i Movimenti e contribuire a promuovere la creazione di gruppi con lo scopo di studiare e mettere in pratica le idee ed i metodi di Gurdjieff. Prendendo tutto questo in considerazione siamo giunti alla conclusione che un Corso di Formazione per Insegnanti è necessario per realizzare questa visione della Quarta Via in modo più completo e fedele.

Il seminario si terrà presso il Centro Montauto di Rapolano Terme in provincia di Siena


Equinozio di Primavera

Equinozio: Dal Latino Medioevale aequnoxium, dal Latino aequinoctium: aequi-,equi+nox-noct  

Il 20 Marzo (alcuni anni il 21) non è solo un indicatore del cambio di stagione,  è significativo per ragioni astronomiche. Il Sole passa direttamente sopra l’equatore della Terra. Questo momento è conosciuto come Equinozio Vernale (di Primavera) nell’emisfero Nord. Per l’emisfero Sud questo è il momento dell’Equinozio d’Autunno. Durante gli equinozi, il giorno e la notte hanno uguale durata in tutto il mondo, poiché il sole è posizionato sopra l’equatore.

Le generazioni hanno riconosciuto l’Equinozio Vernale per migliaia di anni. Ci sono diversi rituali e tradizioni  attorno all’arrivo della primavera. Per molte di esse la ragione basilare era il fatto che le loro scorte di cibo sarebbero state presto rinnovate. Nella Cristianità la data è significativa perché la Pasqua cade sempre la prima Domenica dopo la prima luna piena dopo l’Equinozio Vernale.  Gli Egizi inoltre costruirono la Grande Sfinge in modo che essa fosse diretta verso il punto in cui il sole sorge nel giorno dell’Equinozio di Primavera.

L’Equinozio di Primavera è anche conosciuto come “il primo punto dell’Ariete”, è il momento in cui il sole comincia ad attraversare l’equatore celeste da sud a nord. L’equinozio di primavera, è un momento di rinnovamento sia per la natura che per l’uomo.

In molte antiche culture si crede che l’arrivo della primavera rimuova ogni energia negativa accumulata durante gli oscuri mesi invernali, e che prepari la casa per la crescente energia positiva della primavera e dell’estate. In questo momento le quantità di buio e luce sono bilanciate, dodici ore ciascuna, giorno e notte. E’ un momento di equilibrio nell’anno. L’equinozio primaverile era considerato l’inizio del nuovo anno pagano.

Era un periodo di gioia richiamato dalla resurrezione della “ Luce del Mondo” (il Dio Sole) dal mondo sotterraneo dell’inverno, da dove egli sorge per raggiungere la sua dea Eastra. (la Pasqua–Easter- è così chiamata dall’antico nome della dea della Primavera, Eastra.)

Tutto ciò trova le sue primitive origini nelle prime culture europee e mediorientali, le cui festività maggiori riguardavano la resurrezione e/o la liberazione dalla schiavitù, basate attorno all’Equinozio di Primavera. Ma migliaia di anni prima dell’Era Cristiana, l’Equinozio di Primavera segnalava l’inizio della stagione della rinascita. La resurrezione della natura e di molti antichi déi pagani. I Babilonesi e gli Assiri davano una maggiore importanza agli Equinozi rispetto ai Solstizi.

La festività Babilonese più importante era la celebrazione dell’anno nuovo, che ricorreva nell’Equinozio di Primavera.

La struttura religiosa antica, più significativa per gli ebrei ( e più tardi anche per i cristiani), era il Tempio di Salomone a Gerusalemme, orientato verso l’alba dell’Equinozio. Ogni Equinozio di Primavera, nel periodo della antica festa agriculturale della semina, la luce era fatta entrare attraverso un passaggio aperto dalla porta di accesso del Tempio fino a cadere sull’alto altare e nel Santo dei Santi (Sancto Sancturum). E’ stato notato che “ è evidente…che l’entrata della luce del Sole nell’Equinozio di Primavera, formava parte del cerimoniale. Essendo i preti nella Zona Santa, i fedeli, con la schiena verso il sole, potevano vedere gli alti preti dalla luce del sole riflessa dai gioielli della loro veste”.

L’Equinozio di Primavera è un momento speciale nel quale c’è una qualità di energia nel nostro pianeta. Energia per piantare, energia per crescere, energia per rinnovare le nostre vite. Ciò che accade è che la vita stessa si sta rinnovando, perché l’energia sta emergendo dal suolo, dove è rimasta addormentata nella terra dal Solstizio d’Inverno.

© Gurdjieff Dominican Group


Enneagramma

“Le persone hanno del mondo migliaia di idee diverse, ma manca loro quell’idea generale che permetterebbe di comprendersi l’un l’altro e di determinare subito da quale punto di vista essi intendono considerare il mondo. “È impossibile studiare un sistema dell’universo senza studiare l’uomo. Allo stesso tempo è impossibile studiare l’uomo senza studiare l’universo. L’uomo è un’immagine del mondo. Egli è stato creato dalle medesime leggi che crearono l’insieme del mondo. Se un uomo conoscesse e comprendesse se stesso, conoscerebbe e comprenderebbe il mondo intero, tutte le leggi che creano e che governano il mondo. E inversamente, con lo studio del mondo e delle leggi che lo governano, apprenderebbe e comprenderebbe le leggi che governano anche lui.

 L’enneagramma è un simbolo sacro, un diagramma universale. Dal greco Ennea “nove” e grammean “punti”. L’enneagramma è una bussola per il ricercatore in viaggio dall’illusione verso la Realtà, dalla separazione all’unione. L’enneagramma è un sistema dinamico di nove coordinate e può essere utilizzato per rappresentare ogni processo reale: vegetale, animale, umano, cosmico. Il simbolo dell’enneagramma ha la capacità di applicarsi a vari livelli, poiché esso è un simbolo oggettivo che presenta le leggi della creazione e del mantenimento dell’universo, secondo il principio “come in alto così in basso”; esso si applica al grande come al piccolo. Il disegno dell’enneagramma è stato presentato per la prima volta da Gurdjieff all’inizio del’900 ai suoi studenti aprendo la porta a questo strumento per l’occidente. L’enneagramma permette di osservare come i nostri processi, così come i processi del mondo, prendono forma in armonia con le leggi cosmiche. Tali leggi fondamentali sono la Legge dell’Uno, la Legge del Tre e la Legge del Sette. L’enneagramma mostra l’interazione di queste leggi combinando la fusione ed il dinamismo proprie alla natura della triade e dell’esade.

 

 

Il cerchio rappresenta l’identità del fenomeno o Legge dell’Uno. Il triangolo è il simbolo della triade creativa o Legge del Tre. L’esade è la rappresentazione dell’ordine della manifestazione o Legge del Sette. La prima legge ci mostra come ogni essere e ad ogni processo possiedono una propria identità, come essi siano un tutto integrale in relazione con sé stesso e gli altri. Il lavoro con l’enneagramma in questo caso ci aiuta a scoprire qual’è la vera identità di un fenomeno o  il nostro vero sé, oscurato dal falso. La legge del tre manifesta come ogni fenomeno reale per sorgere ha bisogno di tre forze o principi: attiva, passiva e riconciliante. La legge del sette ci parla di come nulla di ciò che è stato creato rimane statico, ma evolve o involve, secondo sette passaggi fondamentali.

“In senso generale, bisogna comprendere che l’enneagramma è un simbolo universale. Ogni scienza ha un posto nell’enneagramma e può essere interpretata per mezzo dell’enneagramma. Sotto questo rapporto si può dire che un uomo non conosce veramente, cioè non comprende, se non quello che è capace di inserire nell’enneagramma. Ciò che non è in grado di porre nell’enneagramma non lo comprende. Per un uomo che sappia utilizzarlo,l’enneagramma rende libri e biblioteche del tutto inutili; ogni cosa può essere inclusa e letta nell’enneagramma. Un uomo isolato nel deserto che tracci l’enneagramma sulla sabbia, può leggere in esso le leggi eterne dell’universo. Ed ogni volta egli può imparare qualcosa di nuovo, qualcosa che prima ignorava del tutto. L’enneagramma è il geroglifico fondamentale di un linguaggio universale con tanti significati diversi quanti sono i livelli umani. “L’enneagramma è il moto perpetuo, è quel perpetuum mobile che gli uomini hanno cercato dalla più lontana antichità, e sempre invano. Non è poi difficile capire perché essi non abbiano potuto trovarlo. Essi cercavano al di fuori di sé stessi ciò che era in loro; essi cercavano di costruire un movimento perpetuo come si costruisce una macchina, mentre il movimento perpetuo è parte di un altro movimento perpetuo, e non può essere creato separatamente da questo. L’enneagramma è un diagramma schematico del moto perpetuo cioè una macchina dal movimento eterno. Ma naturalmente è necessario sapere come leggere questo diagramma. La comprensione di questo simbolo e la capacità di farne uso dà all’uomo un grandissimo potere. È il moto perpetuo ed è anche la pietra filosofale degli alchimisti.

“La scienza dell’enneagramma è stata tenuta segreta molto a lungo e se ora è, in certo modo, resa accessibile a tutti, lo è solo in forma incompleta e teorica, inutilizzabile in pratica da chiunque non sia stato istruito in questa scienza da un uomo che la possieda.


“ Conoscere vuol dire conoscere tutto, non conoscere tutto vuol dire non conoscere. Per conoscere tutto è necessario conoscere assai poco, ma per conoscere quel poco una persona deve prima conoscere molto”

G.I.Gurdjieff


Cristianesimo Esoterico

Chiunque è interessato a questo lavoro, deve cercare di comprendere il ruolo che il cristianesimo ha svolto nella vita di Gurdjieff, e negli insegnamenti che egli ha portato in Occidente. La Quarta Via così come Gurdjieff ha voluto trasmetterla, approccia ad una genuina trasformazione attraverso l’Amore e la Compassione, dove gli sforzi verso l’evoluzione spirituale non sono separati dal nostro “Comune Padre Creatore” come Gurdjieff lo chiama nei “Racconti di Belzebù a suo nipote”.

Dopo la morte di Gurdjieff  l’idea di Cristo è stata pian piano messa in secondo piano, come fosse qualcosa di non essenziale, presentando così il Lavoro freddo e privo di veri sentimenti, rendendolo solo una proposizione intellettuale. L’ idea di “cristianesimo esoterico” è stata presentata da Gurdjieff stesso nei suoi insegnamenti, nei suoi diversi manoscritti e nei discorsi che ha tenuto.

Gurdjieff era sempre molto diretto quando gli veniva chiesto di Cristo e del cristianesimo o quando egli stesso scriveva su questo tema:

Qual è il rapporto dell’insegnamento che voi esponete con il Cristianesimo quale noi lo conosciamo?”, domandò qualcuno.

“Non so quello che sapete del Cristianesimo, rispose G., accentuando questa parola. Sarebbe necessario parlare molto a lungo per chiarire che cosa intendete con questo termine. Ma per coloro che sanno, dirò, se volete, che questo è Cristianesimo esoterico. “Dovete capire, diceva, che ogni vera religione, parlo di quelle create con uno scopo preciso da uomini veramente sapienti, comporta due parti. La prima insegna ciò che deve essere fatto. Questa parte rientra nella sfera delle conoscenze generali e si corrompe col tempo man mano che si allontana dalla sua origine. L’altra parte insegna come fare ciò che insegna la prima. Essa è conservata segretamente in certe scuole e col suo aiuto è sempre possibile rettificare ciò che è stato falsato nella prima parte, o reintegrare ciò che è stato dimenticato. “Senza questa seconda parte, non può esistere conoscenza della religione o, in ogni caso, questa conoscenza resta incompleta e molto suggestiva. “Questa parte segreta esiste nel Cristianesimo, così come in tutte le altre religioni autentiche, e insegna come seguire i precetti del Cristo e ciò che essi realmente significano”.

“In genere conosciamo pochissimo del Cristianesimo e delle forme del culto cristiano, non conosciamo affatto la sua storia, come pure l’origine di un’infinità di cose. Per esempio la chiesa, il tempio dove si riuniscono i fedeli e dove sono celebrati gli uffizi secondo riti particolari, quali origini ha? Quanta gente non vi ha mai pensato! Taluni ritengono che le forme esteriori del culto, i riti, i cantici, siano stati inventati dai Padri della Chiesa. Altri pensano che le forme esteriori sono state prese a prestito in parte dai pagani, ed in parte dagli ebrei. Ma tutto ciò non è vero. La questione delle origini della Chiesa cristiana, vale a dire del tempio cristiano, è molto più interessante di quel che pensiamo. Innanzi tutto, la Chiesa e il culto, nella forma sotto la quale apparivano nei primi secoli dell’era cristiana, non poteva derivare dal paganesimo; non vi era niente di simile, né nei culti greci e romani, né nel giudaismo. La sinagoga, il tempio ebreo, i templi greci e romani, con i loro numerosi dei, erano molto differenti dalla chiesa cristiana, quale essa apparve nel primo e nel secondo secolo. La chiesa cristiana è una scuola e nessuno sa più che lo sia. Immaginatevi una scuola, dove i maestri tengano le loro lezioni e le loro dimostrazioni senza sapere che si tratta di lezioni e di dimostrazioni e dove gli allievi o i semplici auditori considerino questi corsi e dimostrazioni come cerimonie, riti o ‘sacramenti’, ossia magia. Questo assomiglierebbe molto alla chiesa cristiana dei nostri giorni.

“La chiesa cristiana, la forma cristiana del culto, non sono state inventate dai Padri della Chiesa. Tutto è stato preso in Egitto — ma non dall’Egitto a noi noto: bensì da un Egitto che non conosciamo. Quell’Egitto era nello stesso luogo dell’altro, ma era esistito molto tempo prima. Solo infime vestigia sono sopravvissute nei tempi storici, ma furono conservate in segreto, e così bene che non sappiamo nemmeno dove. “Vi sembrerà strano se dico che questo Egitto preistorico era cristiano molte migliaia d’anni prima della nascita di Cristo, o per meglio dire che la sua religione si fondava sugli stessi principi, sulle stesse idee del vero Cristianesimo. In questo Egitto preistorico, vi erano speciali scuole chiamate ‘scuole di ripetizione’. In quelle scuole si davano a date fisse, e in alcune di esse anche tutti i giorni, delle ripetizioni pubbliche, in forma condensata, del corso completo delle scienze insegnate. La ‘ripetizione’ durava talvolta una settimana intera o anche un mese. Grazie a queste ‘ripetizioni’ coloro che avevano seguito i corsi conservavano il contatto con le scuole e potevano così ritenere tutto ciò che avevano imparato. Alcuni venivano da molto lontano per assistere a queste ‘ripetizioni’ e ripartivano con un sentimento nuovo della loro appartenenza alla scuola. Nel corso dell’anno, c’erano giornate speciali consacrate a delle ripetizioni molto più complete, che si svolgevano con una solennità particolare e questi stessi giorni prendevano un senso simbolico. “Queste scuole di ripetizione servirono di modello alle chiese cristiane. Nelle chiese cristiane le forme di culto rappresentano, quasi interamente, ‘il ciclo di ripetizione’ delle scienze che trattano dell’Universo e dell’uomo. Le preghiere individuali, gli inni, il responsorio, tutto aveva, in queste ripetizioni, il suo proprio senso così come le feste e tutti i simboli religiosi; ma il loro significato è stato perso da molto tempo”.

 


Sapere ed Essere

ESTRATTO DA “FRAMMENTI DI UN INSEGNAMENTO SCONOSCIUTO” di P.D.Ouspensky

Durante quasi tutte le sue spiegazioni G. ritornava su un tema che evidentemente considerava della massima importanza, ma che parecchi tra noi avevano molta difficoltà ad assimilare.

“Lo sviluppo dell’uomo, egli diceva, si effettua secondo due linee, ‘sapere’ ed ‘essere’. Ma affinché l’evoluzione avvenga correttamente, le due linee devono procedere insieme, parallele l’una all’altra e sostenersi reciprocamente. Se la linea del sapere sorpassa troppo quella dell’essere, e se la linea dell’essere sorpassa troppo quella del sapere, lo sviluppo dell’uomo non può farsi regolarmente; prima o poi deve fermarsi. “La gente afferra ciò che si intende per ‘sapere’. Si riconosce che il sapere può essere più o meno vasto e di qualità più o meno buona. Ma questa comprensione non viene applicata all’essere. Per essi l’essere significa semplicemente ‘ l’esistenza ‘ che contrappongono alla ‘non esistenza’. Non comprendono che l’essere può situarsi a livelli molto differenti e comportare diverse categorie.

Prendete per esempio l’essere di un minerale e l’essere di una pianta. Sono due esseri differenti. L’essere di una pianta e quello di un animale sono anch’essi due esseri differenti, e così pure l’essere di un animale e quello di un uomo. Ma due uomini possono differire nel loro essere più ancora di quanto un minerale e un animale differiscono tra loro. E questo è proprio ciò che le persone non comprendono. Non comprendono che il sapere dipende dall’essere. E non soltanto non lo comprendono, ma non lo vogliono comprendere. In modo particolare nella civiltà occidentale, si ammette che un uomo possa avere un vasto sapere, che per esempio egli possa essere un illustre sapiente, autore di grandi scoperte, un uomo che fa progredire la scienza, e nello stesso tempo possa essere, ed abbia il diritto di essere, un povero piccolo uomo egoista, cavilloso, meschino, invidioso, vanitoso, ingenuo e distratto. Sembra normale che un professore debba dimenticare dappertutto il suo ombrello. Eppure è proprio questo il suo essere. Ma si ritiene, in occidente, che il sapere di un uomo non dipende dal suo essere. Le persone accordano un valore massimo al sapere, ma non sanno accordare all’essere un valore eguale e non si vergognano del livello inferiore del loro essere. Non si comprende neppure ciò che questo significhi. Non si comprende che il grado del sapere di un uomo è in funzione del grado del suo essere.

“Allorché il sapere sorpassa di troppo l’essere, esso diventa teorico, astratto, inapplicabile alla vita; può anche diventare nocivo, perché invece di servire la vita e aiutare le persone nella lotta contro le difficoltà questo sapere comincia a complicare tutto; di conseguenza non può che apportare nuove difficoltà, nuovi turbamenti ed ogni sorta di calamità che prima non esistevano. “La ragione di ciò è che il sapere, quando non è in armonia con l’essere, non potrà mai essere abbastanza grande, o per meglio dire, sufficientemente qualificato per i reali bisogni dell’uomo. Sarà il sapere di una cosa legato all’ignoranza di un’altra; sarà il sapere del particolare legato all’ignoranza del tutto, il sapere della forma che ignora l’essenza. “Una tale preponderanza del sapere sull’essere può essere constatata nella cultura attuale. L’idea del valore e dell’importanza del livello del l’essere è stata completamente dimenticata. Non si comprende più che il livello del sapere è determinato dal livello dell’essere. Effettivamente ad ogni livello di essere corrispondono determinate possibilità di sapere, ben definite. Nei limiti di un certo ‘essere’ la qualità del sapere non può essere cambiata; solo è possibile l’accumularsi di informazioni di una sola e medesima natura. Un cambiamento della natura del sapere è impossibile senza un cambiamento nella natura dell’essere.

“Preso in sé, l’essere di un uomo presenta molteplici aspetti. Quello dell’uomo moderno si caratterizza soprattutto per l’assenza di unità in se stesso e per l’assenza della benché minima traccia di quelle proprietà che specialmente ama attribuirsi: la ‘lucidità di ‘coscienza’, la ‘volontà libera’, un ‘Ego permanente’ o ‘Io’ e la ‘capacità di fare’. Sì, per stupefacente che ciò possa sembrarvi, vi dirò che la caratteristica principale dell’essere di un uomo moderno, e ciò spiega tutto ciò che gli manca, è il sonno. “L’uomo moderno vive nel sonno; nato nel sonno, egli muore nel sonno. Del sonno, del suo significato e della parte che ha nella vita, parleremo più tardi, ora riflettete soltanto su questo: che cosa può conoscere un uomo che dorme? Se ci pensate, ricordandovi nello stesso tempo che il sonno è la caratteristica principale del nostro essere, subito vi diverrà evidente che un uomo, se vuole realmente conoscere, deve innanzi tutto riflettere sulla maniera di svegliarsi, cioè sulla maniera di cambiare il suo essere.

“In generale l’equilibrio dell’essere e del sapere è anche più importante di uno sviluppo separato dell’uno o dell’altro. Poiché uno sviluppo separato dell’essere o del sapere non è in alcun modo desiderabile. Benché sia precisamente questo sviluppo unilaterale che sembra attrarre particolarmente la gente. “Allorché il sapere predomina sull’essere, l’uomo sa, ma non ha il potere di fare. È un sapere inutile. Al contrario, quando l’essere predomina sul sapere, l’uomo ha il potere di fare, ma non sa che cosa deve fare. Così l’essere che egli ha acquisito non può servirgli a nulla e tutti i suoi sforzi saranno stati inutili. “Nella storia dell’umanità, troviamo numerosi esempi di intere civiltà che perirono sia perché il loro sapere superava il loro essere, sia perché il loro essere superava il loro sapere”.

Il sapere è una cosa, la comprensione è un’altra. Ma la gente confonde spesso queste due idee, oppure non vede nettamente dove sta la differenza. “Il sapere di per sé stesso non dà comprensione. E la comprensione non potrebbe essere aumentata da un accrescimento del solo sapere. La comprensione dipende dalla relazione tra il sapere e l’essere. La comprensione risulta dalla congiunzione del sapere e dell’essere. Di conseguenza l’essere ed il sapere non debbono divergere troppo, altrimenti la comprensione risulterebbe molto distante dall’uno e dall’altro. Ripetiamo: la relazione tra il sapere e l’essere non cambia per un semplice accrescimento del sapere. Essa cambia solamente quando l’essere cresce parallelamente al sapere. In altri termini, la comprensione non cresce che in funzione dello sviluppo dell’essere. “Le persone, sovente confondono questi concetti e non afferrano chiaramente quale è la differenza tra di essi. Pensano che se si sa di più, si deve comprendere di più. Questo è il motivo per cui esse accumulano il sapere o quello che chiamano così, ma non sanno come si accumula la comprensione e non se ne preoccupano. “Tuttavia una persona esercitata all’osservazione di sé, sa con certezza che in differenti periodi della sua vita ha compreso una stessa idea, uno stesso pensiero, in modo totalmente diverso. Sovente le sembra strano, di aver potuto comprendere così male ciò che adesso crede di comprendere così bene. E, ciononostante, si rende conto che il suo sapere è rimasto lo stesso, e che oggi non sa niente più di ieri. Che cosa dunque è cambiato? È il suo essere che è cambiato. Quando l’essere cambia, anche la comprensione deve cambiare.

“La differenza tra il sapere e la comprensione ci diventa chiara quando ci rendiamo conto che il sapere può essere funzione di un solo centro. La comprensione, invece, risulta dalla funzione di tre centri. Così l’apparecchio del pensiero può sapere qualcosa. Ma la comprensione appare soltanto quando un uomo ha il sentimento e la sensazione di tutto ciò che si ricollega al suo sapere. “Non vi è nulla nel mondo, dal sistema solare fino all’uomo e dall’uomo fino all’atomo, che non salga o non scenda, che non si evolva o non degeneri, che non si sviluppi o non decada. Ma nulla si evolve meccanicamente. Solo la degenerazione e la distruzione procedono meccanicamente. Ciò che non può evolversi coscientemente, degenera. L’aiuto esterno non è possibile che nella misura in cui è apprezzato e accettato, anche se esso lo è all’inizio solo dal sentimento. “Il linguaggio che permette la comprensione, si basa sulla conoscenza del rapporto dell’oggetto che si esamina con la sua evoluzione possibile, sulla conoscenza del suo posto nella scala evolutiva. “A questo fine, un gran numero delle nostre idee comuni sono divise in conformità agli stadi di questa evoluzione.