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Come possiamo diventare sensibili alla sostanza del Lavoro

di Pierre Elliot

(ESTRATTO)

” E’ perché non ci fermiamo, di tanto in tanto, a pensare a questo più elevato significato del Lavoro che  tendiamo a diventare troppo occupati con tutti i problemi personali che il nostro lavoro ordinario crea per noi. Sto attirando la vostra attenzione, prima di parlare dei gruppi e di lavoro di gruppo, alla relatività della parola ‘lavoro’. Per esempio, se nel periodo in cui lavorariamo insieme portiamo in esso uno sforzo per  ricordarci di noi stessi, come si dice, inevitabilmente vi accorgerete di vedere che qualcosa è condiviso tra tutti noi, che è davvero presente, a prescindere dal tipo di lavoro in cui siamo impegnati. Il nostro problema è fondamentalmente questo: Tutto il tempo la nostra attenzione è presa, siamo attratti; teniamo a molte cose che per questa ragione diventano dio per noi. Dobbiamo sapere che abbiamo tutti questi dèi che adoriamo. E inganniamo solo noi stessi se pensiamo che questa idolatria non sia presente in noi. Nel momento in cui Lavoriamo, intravediamo la forza di identificazione, di idolatria. Vediamo la forza con la quale siamo attratti ad ogni tipo di falso dio. Il potere di vedere che adoriamo falsi déi è in tutti noi. Ma ciò non significa che il loro potere su di noi cessi. Solo per un tempo breve ed estremamente importante il potere di queste forze negative può cessare. Questa è la ragione fondamentale per il lavoro di gruppo. Se ci riuniamo per lavorare, abbiamo qualche possibilità di sentire maggiormente l’azione di ciò che in noi è la vera divinità, la sostanza del Lavoro, e di sentire meno il potere di tutte queste altre forze. Questo è il motivo per cui è importante avere la sensazione, essere presenti in ciò che si sta facendo. Quando facciamo questo tipo di Lavoro inevitabilmente i nostri valori e giudizi divengono molto più corrispondenti a quello che logicamente dovrebbero essere, e cioè che dovremmo davvero valorizzare ciò che è eterno ed imperituro e non perderci continuamente nelle attrazioni temporali che agiscono su di noi. Ora siamo in grado di vedere tutto questo logicamente, ma non possiamo sentirlo se non siamo presenti. I gruppi devono essere progettati per dirigere i nostri sforzi di Lavoro ad essere presenti in tutto ciò che stiamo facendo.”

 


Conoscenza ed osservazione di sé

ESTRATTO DA “FRAMMENTI DI UN INSEGNAMENTO SCONOSCIUTO” di P.D.Ouspensky

Come può l’uomo essere indipendente dalle influenze esteriori, dalle grandi forze cosmiche, quando è schiavo di tutto ciò che lo circonda? Egli è in balia di tutte le cose intorno a lui. Se fosse capace di liberarsi dalle cose, potrebbe anche liberarsi dalle influenze planetarie. “Libertà, liberazione. Questo deve essere lo scopo dell’uomo. Diventare libero, sfuggire alla schiavitù — ecco ciò per cui un uomo dovrebbe lottare allorché è diventato, anche solo un poco, cosciente della sua situazione. Questa è la sola via d’uscita per lui, poiché nient’altro è possibile finché resta uno schiavo, interiormente ed esteriormente. Ma non può cessare d’essere schiavo esteriormente finché resta schiavo interiormente. Così, per diventare libero, deve conquistare la libertà interiore. “La prima ragione della schiavitù interiore dell’uomo è la sua ignoranza, e, soprattutto l’ignoranza di sé stesso. Senza la conoscenza di sé, senza la comprensione del moto e delle funzioni della sua macchina, l’uomo non può essere libero, non può governarsi e resterà sempre uno schiavo, in balia delle forze che agiscono su di lui. “Ecco perché, negli insegnamenti antichi, la prima richiesta a chi si metteva sulla via della liberazione, era: ‘Conosci te stesso’ “.

“Queste parole, disse G., che sono generalmente attribuite a Socrate, si trovano alla base di parecchie dottrine e scuole molto più antiche della scuola socratica. Ma benché il pensiero moderno non ignori l’esistenza di questo principio, non ha che un’idea molto vaga del suo significato e della sua portata. L’uomo ordinario del nostro tempo, anche se si interessa alla filosofia o alle scienze, non comprende che il principio ‘Conosci te stesso’ si riferisce alla necessità di conoscere la propria macchina, la ‘macchina umana’. La struttura della macchina è più o meno la stessa in tutti gli uomini; è quindi questa struttura che l’uomo deve per prima cosa studiare, cioè le funzioni e le leggi del suo organismo. “Il principio ‘Conosci te stesso’ ha un contenuto molto ricco. Esso richiede in primo luogo, all’uomo che vuole conoscersi, di comprendere ciò che questo significa, in quale insieme di relazioni s’inscriva questa conoscenza e da che cosa essa necessariamente dipenda.

“La conoscenza di sé è uno scopo molto alto, ma molto vago e distante. L’uomo nel suo stato attuale è molto lontano dalla conoscenza di sé. Questa è la ragione per cui, rigorosamente parlando, lo scopo di un uomo non può essere definito la conoscenza di sé. Il suo grande scopo deve essere lo studio di sé. Per lui sarà ampiamente sufficiente comprendere che deve studiare sé stesso. Ecco lo scopo dell’uomo: cominciare a studiare sé stesso, conoscere sé stesso, nel modo più giusto. “Lo studio di sé è il lavoro, o la via, che conduce alla conoscenza di sé. “Ma per studiare sé stessi, occorre innanzitutto imparare come studiare, da dove cominciare, quali mezzi impiegare. Un uomo deve imparare come studiare sé stesso, deve imparare i metodi dello studio di sé. “Il metodo fondamentale per lo studio di sé è l’osservazione di sé. Senza una osservazione di sé eseguita in modo corretto, un uomo non comprenderà mai come le diverse funzioni della sua macchina siano collegate e in correlazione tra loro, non comprenderà mai come e perché, in lui, ‘tutto accade’.

“Vi sono due metodi di osservazione di sé: il primo è l’analisi, o i tentativi di analisi, cioè i tentativi di trovare una risposta a queste domande: Da che dipende tale cosa, e perché si verifica? Il secondo è il metodo delle constatazioni, che consiste semplicemente nel registrare nella propria mente tutto ciò che si osserva nel momento presente. “L’osservazione di sé, soprattutto all’inizio, non deve con nessun pretesto diventare analisi, o tentativo di analisi. Prima di poter analizzare i fenomeni anche più elementari, un uomo deve accumulare sufficiente materiale sotto forma di ‘registrazioni’. Le registrazioni, risultato di una osservazione diretta di ciò che avviene in un determinato momento, sono il materiale più importante nello studio di sé. Quando le registrazioni siano state raccolte in numero sufficiente e al tempo stesso le leggi siano state studiate e comprese fino a un certo punto, allora l’analisi diventa possibile.

“Quante volte mi avete domandato se non sarebbe possibile arrestare le guerre? Certamente, sarebbe possibile. Basterebbe che la gente si svegliasse. Sembra una cosa da nulla. Non vi è nulla, invece, di più difficile, perché il sonno è indotto e mantenuto dall’intera vita circostante, da tutte le condizioni dell’ambiente. “Come svegliarsi? Come sfuggire a questo sonno? Queste domande sono le più importanti, le più vitali che un uomo si possa porre. Ma prima di porsele, egli dovrà convincersi del fatto stesso del suo sonno. E gli sarà possibile convincersene solo tentando di svegliarsi. Quando avrà compreso che non si ricorda mai di sé stesso, e che il ricordarsi di sé significa risvegliarsi fino ad un certo grado, e quando avrà visto per esperienza quanto sia difficile ricordarsi di sé, allora comprenderà che per svegliarsi non basta desiderarlo. Più rigorosamente, diremo che un uomo non può svegliarsi da sé. Ma se venti uomini si mettono d’accordo e stabiliscono che il primo di essi che si sveglierà, sveglierà gli altri, essi hanno già una possibilità. Tuttavia, anche questo è insufficiente, perché questi venti uomini possono dormire nello stesso tempo e sognare di svegliarsi. Dunque è necessario qualcosa di più. Questi venti uomini devono essere sorvegliati da un uomo che non sia addormentato o che non si addormenti così facilmente come gli altri, o che si metta coscientemente a dormire quando ciò è possibile, quando non può risultarne alcun male né per lui, né per gli altri. Essi devono trovare un tale uomo e accaparrarselo, affinché li svegli e impedisca loro di ricadere nel sonno. Senza questa condizione, è impossibile svegliarsi. Questo bisogna comprenderlo.

“È possibile pensare per migliaia di anni, è possibile scrivere biblioteche intere, inventare teorie a milioni e tutto questo nel sonno, senza alcuna possibilità di risveglio. Al contrario, queste teorie e questi libri inventati e scritti da gente addormentata, avranno semplicemente l’effetto di trascinare altri uomini nel sonno, e così di seguito. “Non vi è niente di nuovo nell’idea del sonno. Fin dalla creazione del mondo, è stato detto agli uomini che essi erano addormentati e che dovevano svegliarsi. Per esempio, quante volte leggiamo nei Vangeli: ‘Svegliatevi’, Vegliate’, ‘non dormite’. I discepoli del Cristo, persino nel Giardino di Getsemani, mentre il loro Maestro pregava per l’ultima volta, dormivano. Questo dice tutto. Ma gli uomini lo comprendono? Essi considerano ciò una figura retorica, una metafora. Non vedono affatto che deve essere preso alla lettera. E di nuovo è facile capire perché. Per prenderlo alla lettera occorrerebbe svegliarsi un po’, o per lo meno tentare di svegliarsi. Mi è stato sovente chiesto, seriamente, perché i Vangeli non parlano mai del sonno, mentre se ne parla in ogni pagina. Ciò dimostra semplicemente che la gente legge il Vangelo dormendo.

“Fintante che un uomo è in un sonno profondo, interamente sommerso dai suoi sogni, non può neppure pensare di essere addormentato. Se potesse pensare di essere addormentato, si sveglierebbe. E così vanno le cose, senza che gli uomini abbiano la minima idea di tutto quel che perdono a causa del loro sonno. Come ho già detto, l’uomo, così come è, così come la natura lo ha creato, può diventare un essere cosciente di sé. Creato a questo scopo, nasce per questo scopo. Ma egli nasce fra gente addormentata e, naturalmente, cade a sua volta in un sonno profondo, proprio nel momento in cui dovrebbe incominciare a prendere coscienza di sé. Ogni cosa vi ha parte: l’involontaria imitazione degli adulti da parte del bambino, le suggestioni volontarie o involontarie e la cosiddetta ‘educazione’. Ogni tentativo di risveglio da parte del bambino è stroncato sul nascere. È inevitabile. Quanti sforzi più tardi per svegliarsi! E di quanto aiuto si avrà bisogno allorquando migliaia di abitudini, che spingono al sonno, saranno state accumulate. “Le possibilità dell’uomo sono immense. Non potete neppure farvi un’idea di ciò che un uomo è capace di raggiungere. Ma nel sonno nulla può essere raggiunto. Nella coscienza di un uomo addormentato, le sue illusioni, i suoi ‘sogni’, si mescolano alla realtà. L’uomo vive in un mondo soggettivo al quale gli è impossibile sfuggire. Ecco perché non può mai fare uso di tutti i poteri che possiede e vive sempre soltanto in una piccola parte di sé stesso.

“È già stato detto che lo studio di sé e l’osservazione di sé, se condotti in modo corretto, portano l’uomo a rendersi conto che vi è ‘qualche cosa di sbagliato, nella sua macchina e nelle sue funzioni, nel loro stato ordinario. Egli capisce che, proprio perché è addormentato, vive e lavora solo in una piccola parte di sé. Capisce che per la stessa ragione la maggior parte delle sue possibilità restano non realizzate e la maggior parte dei suoi poteri, non utilizzati. Egli sente di non ricavare dalla vita tutto ciò che essa potrebbe dargli, e che la sua incapacità dipende da certi difetti funzionali della sua macchina, del suo apparecchio ricevente. L’idea dello studio di sé acquista ai suoi occhi un significato nuovo. Egli sente che forse non vale neppure la pena di studiarsi così com’è ora. Vede ogni funzione nel suo stato attuale, e come potrebbe o dovrebbe diventare. L’osservazione di sé induce l’uomo a riconoscere la necessità di cambiare. Praticandola, egli si rende conto che il solo fatto di osservare sé stesso produce certi cambiamenti nei suoi processi interiori. Comincia a capire che l’osservazione di sé è per lui un mezzo per cambiare, uno strumento di risveglio. Osservando sé stesso, egli proietta in qualche modo un raggio di luce sui suoi processi interiori, che fino ad allora si erano effettuati in un’oscurità pressoché totale. E, sotto l’influenza di questa luce, tali processi cominciano a cambiare. Vi sono un gran numero di processi chimici che possono aver luogo soltanto in mancanza di luce. Esattamente nello stesso modo, un gran numero di processi psichici possono aver luogo soltanto nell’oscurità. Anche un barlume di coscienza è sufficiente a cambiare completamente il carattere dei processi abituali e rendere impossibile un gran numero di essi. I nostri processi psichici (la nostra alchimia interiore) hanno molti punti in comune con questi processi chimici nei quali la luce cambia il carattere del processo, e sono soggetti a leggi analoghe.

E per cominciare l’osservazione di sé e lo studio di sé, è indispensabile imparare a dividersi. L’uomo deve rendersi conto che in realtà è composto da due uomini. Ricordatevi ciò che è stato detto prima: l’osservazione di sé conduce un uomo alla constatazione del fatto che egli non si ricorda di sé. La sua impotenza a ricordarsi di sé è uno dei tratti più caratteristici del suo essere e la vera causa di tutto il suo comportamento. Questa impotenza si manifesta in mille modi. Egli non ricorda le sue decisioni, non ricorda la parola che ha dato a sé stesso, non ricorda ciò che ha detto o provato un mese, una settimana, un giorno o soltanto un’ora addietro. Inizia un lavoro, e dopo un certo lasso di tempo dimentica perché l’ha cominciato. È soprattutto nel lavoro su di sé, che questo fenomeno si produce con una frequenza del tutto particolare. Un uomo non può ricordare una promessa fatta ad altri se non con l’aiuto di associazioni artificiali, di associazioni educate in lui, le quali, a loro volta, si associano a ogni genere di concezioni, anche queste create artificialmente, quali 1′ ‘onore’, l ‘onestà’, il ‘dovere’ e così via. Parlando in generale, si può affermare con certezza che per una cosa che l’uomo ricorda, ve ne sono sempre dieci, ben più importanti, che dimentica. “Per questo, le sue opinioni e i suoi punti di vista sono privi di qualsiasi stabilità e precisione. L’uomo non ricorda ciò che ha pensato o detto; e non ricorda come ha pensato o come ha parlato. “Ciò è, a sua volta, in rapporto con una delle caratteristiche fondamentali dell’atteggiamento dell’uomo verso sé stesso e verso gli altri, vale a dire: la sua costante ‘identificazione’ a tutto ciò che prende la sua attenzione, i suoi pensieri o i suoi desideri, e la sua immaginazione.

“L’ ‘identificazione’ è una caratteristica talmente comune, che nell’intento di osservare sé stessi, è difficile separarla da altre cose. L’uomo è sempre in stato di identificazione, ciò che cambia è solo l’oggetto della sua identificazione. “L’uomo si identifica con un piccolo problema che trova sul suo cammino e dimentica completamente i grandi scopi che si proponeva all’inizio del suo lavoro. Si identifica con un pensiero e dimentica tutti gli altri. Si identifica con una emozione, con un umore, e dimentica gli altri suoi sentimenti più profondi. Lavorando su di sé, le persone si identificano talmente con scopi isolati da perdere di vista l’insieme. I pochi alberi più vicini finiscono per rappresentare, per loro, tutta la foresta. “L’identificazione è il nostro nemico più terribile, perché penetra ovunque e ci inganna proprio nel momento in cui crediamo di lottare contro di essa. Se ci è tanto difficile liberarci dalla identificazione, è perché ci identifichiamo più facilmente con le cose a cui siamo maggiormente interessati, quelle alle quali diamo tutto il nostro tempo, il nostro lavoro e la nostra attenzione. Per liberarsi dall’identificazione, l’uomo deve stare costantemente in guardia ed essere inflessibile verso sé stesso: non deve aver paura di smascherare tutte le sue forme più sottili e nascoste. “L’identificazione è l’ostacolo principale al ricordarsi di sé. Un uomo che si identifica è incapace di ricordarsi di sé stesso. Per potersi ricordare di sé, occorre per prima cosa non identificarsi. Ma per imparare a non identificarsi, l’uomo deve innanzi tutto non identificarsi con sé stesso, non chiamare sé stesso ‘io’ sempre e in tutte le occasioni. Egli deve ricordarsi che in lui sono due, che c’è lui stesso, cioè ‘Io’ in lui, e un altro, con il quale deve lottare e che deve vincere se desidera raggiungere qualcosa. Fin quando un uomo si identifica o è suscettibile di identificarsi, è schiavo di tutto ciò che può accadergli. La libertà significa innanzi tutto: liberarsi dall’identificazione.


Rendere attiva l’essenza

di Josè Reyes 

6 ottobre 2010

3ème Millénaire n.87 – Traduzione della dr.ssa Luciana Scalabrini

3m. Se osservo il mio comportamento durante le attività della giornata, costato a che punto sono reattivo, in reazione. In più queste reazioni sono molto spesso negative: paura, collera o irritazione, resistenza a ciò che mi è chiesto, inerzia, tensioni fisiche! Sono totalmente identificato in quegli stati…E’ questa la realtà?

J.R. Si, è la realtà. Generalmente guardiamo il mondo e gli eventi secondo il colore delle nostre lenti. Possiamo perciò veramente dire che è la realtà, ma bisogna precisare che si tratta di una realtà soggettiva. Per vedere che cosa è reale, non dobbiamo essere identificati. Infatti l’identificazione impedisce il contatto con la realtà e diventiamo la nostra propria realtà soggettiva. In altre parole, le mie emozioni negative per me sono vere, finché sono identificato con loro.

La prima cosa da vedere prima di essere capaci di distinguere la realtà, è quella di trovarci in uno stato di separazione a partire dal quale si può spingere il nostro centro di gravità verso l’osservatore, che è un processo sociologico che non è centrato né nei pensieri, né nei sentimenti, né nelle sensazioni. E’ il significato del lavoro su di sé, per il quale cominciate a discriminare due stati di comportamento. Il primo è quello in cui siete completamente assorbiti da un pensiero, un sentimento o una sensazione (e diventate uno con quel pensiero, quel sentimento, quella sensazione); nel secondo, potete vedere nello stesso tempo lo stato in cui siete e voi stessi.

3m. Essere a un livello d’osservazione attraverso cui possiamo vedere noi stessi e al tempo stesso il nostro comportamento è insolito nella vita ordinaria. Come posso sperimentare questo stato d’essere specifico nella mia vita quotidiana? C’è una strada da seguire?

J.R. Si, dovete diventare un uomo n.4. Finché siete un uomo 1, 2 o 3*, la vostra osservazione di voi stessi sarà sempre colorata dalla percezione del centro dove si trova stabilito il vostro centro di gravità. Il modo in cui vediamo il nostro comportamento è dunque sia attraverso il centro intellettuale sia attraverso le emozioni. Gurdjieff diceva che la percezione con un solo centro è follia, con due centri è allucinazione.

Secondo il nostro Insegnamento (la Quarta Via) l’uomo n. 4 è quello che, grazie al lavoro su di sé ha raggiunto uno stato d’equilibrio dei 3 centri. Questo significa che le sue funzioni sono ora coordinate armoniosamente per potere nutrire l’essenza. Così diventa maturo rispetto alle sue emozioni.

Per chiarire ciò che si sta dicendo, si può fare un’analogia con una casa: lasciata nel caos più totale il cui padrone è assente e dove ogni domestico si chiama Io. Questa casa ha tre livelli. I servitori più intelligenti decidono di eleggere uno di loro al quale tutti devono ubbidire. Questo servitore si chiama anche lui Io, ma non è ancora il vero Io. Comincia a imparare l’Insegnamento, il Lavoro, il funzionamento della casa e realizza che non è che è un amministratore temporaneo, ma non il vero amministratore. Solo quest’ultimo può dirigere la casa e preparare il posto per la venuta del vero Io.

La seconda tappa è quella che chiamiamo l’osservazione di sé, che è l’inizio della comprensione di sé. Questo osservatore è il vero amministratore ed è con l’osservazione che pratica che può cominciare a rafforzare la capacità di separazione tra i me ordinari che abitano ciascuno dei centri. Così prepara la casa all’arrivo dell’Io reale.

3m. Questo insegnamento ricorda la nozione della falsa e vera personalità. Qual è la differenza tra le due personalità? Per andare più lontano, per diventare un uomo n. 4 occorre la scomparsa della falsa personalità? Come la falsa e la vera personalità si legano alla molteplicità dei me, all’amministratore provvisorio e al vero Io?

J.R. C’è una grande differenza tra falsa e vera personalità. La falsa personalità ha una relazione molto ampia con l’ego della persona. Noi agiamo in modo che la gente non dica male di noi, oppure ci comportiamo in modo tale che non pensino che bene di noi.

La personalità pretende e cerca in permanenza d’essere quello che non è. Questo è chiamato la nullità, perché si tratta di un’immagine di noi stessi che abbiamo costruito, basata interamente sull’immaginazione. Con la falsa personalità vogliamo sempre che la gente ci dia valore per qualcosa che non siamo. Mentiamo su noi stessi agli altri e crediamo alle nostre menzogne.

La falsa personalità è molto difficile da distruggere, perché la maggior parte delle abitudini contratte dai centri è stata creata dalle loro scappatoie e vi corrispondono.

La personalità, riguardo a lei, non è totalmente negativa, non esiste solo a nostro svantaggio; al contrario, è necessaria, ma al posto giusto. La personalità è il nostro sapere, la nostra esperienza, l’addestramento che abbiamo ricevuto, il modo in cui ci prendiamo in carico, e quella in cui rispondiamo alle esigenze della vita. Il problema è che questa personalità agisce nella vita senza partecipazione della nostra essenza. Per ogni attività della giornata lei prende l’iniziativa. La sede della personalità è situata nell’apparecchio formatore*, e questo ha per conseguenza che essa utilizza parole o argomenti in risposta alle situazioni nelle quale ci pone la vita.

La Quarta Via ci procura dei mezzi che possiamo utilizzare per ribaltare la situazione, in altre parole permettere all’essenza di diventare attiva e di rendere passiva la personalità. Questo affinché l’essenza possa usare la personalità secondo le necessità del momento, secondo quanto è richiesto in una data situazione. E’ la tappa dell’uomo n.4 nel quale i centri sono equilibrati. Ciò significa che l’iniziativa nella sua totalità è presa dal vero Io. A questo livello l’ego non detta più il suo comportamento alla persona. L’ego scompare giacché la persona non vive più in apparenza e la nullità non ha più bisogno di pretendere d’essere, poiché la persona “è”.

I diversi me vengono dai centri. Ci sono me intellettuali, emozionali e psichici. Questi me nella loro molteplicità sono chiamati i servitori della casa. L’amministratore transitorio è uno di quei me, generalmente situato  al livello del centro intellettuale ed è lui che impara il Lavoro e cerca di applicarlo. Ma manca di forza ed è particolarmente debole quando due o tre altri me arrivano insieme e non si assoggettano a tutto quello che il Lavoro può dire di fare.

D’altra parte, il vero amministratore non è più uno dei me. Egli è prodotto dall’osservazione di sé e deriva dallo sguardo  sulla realtà della nostra imparzialità. Non è fatto dello stesso materiale dei me inferiori che non dispongono di un reale controllo sui centri. L’amministratore invece ha un controllo totale sul funzionamento di ciascuno dei centri, per l’energia prodotta dal ricordo di sé. Per questo è detto che prepara la casa per l’arrivo del vero Io, il suo vero proprietario.

3m. Il processo che descrivete conduce all’idea di una scala nei livelli di realtà, cioè dove ciascuno sperimenta la realtà secondo il suo livello. Questi livelli si riferiscono a energie di sottigliezza variabile, come per esempio quella derivata dal ricordo di sé?

J.R. Si, la realtà è percepita in funzione del livello di energia che siamo capaci di produrre, di nutrire e di mantenere.

Se applichiamo questo alla nostra vita quotidiana, possiamo facilmente costatare che il nostro umore dipende molto dall’energia di cui disponiamo secondo i momenti. Quando siamo contenti, tutto appare come su un letto di rose, ma quando siamo di cattivo umore, non abbiamo che le spine.

Ogni energia ci dà una capacità più o meno grande di percepire la realtà, che può essere altamente soggettiva per quelli il cui livello di energia è così basso che non vedono altro che il proprio stato.

E’ il caso dell’uomo macchina che vede le cose unicamente con l’energia automatica. Il livello seguente è quello della libera sensibilità, in cui diventate sensibili alle impressioni e coscienti di voi mentre le ricevete. Così non siete solo nell’atto di ascoltare, ma udite, non state solo guardando, ma vedete, non state solo mangiando, ma avete anche il gusto di ciò che mangiate. Non toccate solamente, ma  sentite ciò che toccate. Perché disponete di un’energia nuova, più organizzata dell’energia automatica, quella unicamente basata sulle reazioni, l’essere attirati o il rigetto, il fatto di amare o non amare questo o quello. Al livello della sensibilità, cominciate a essere il padrone delle vostre impressioni. Il livello energetico seguente è quello dell’energia cosciente, in altre parole è il processo cosciente al quale partecipate e per il quale cominciate a dare senso e significato alla vostra vita L’energia cosciente è molto speciale. Contrariamente a quelli che dicono “sono cosciente”, è più appropriato dire che partecipo alla coscienza.

Note.

“ Gli uomini n.1, 2, 3 costituiscono l’umanità meccanica, sono al livello di quando sono nati. L’uomo n.1 ha il centro di gravità della sua vita psichica nel centro motore… L’uomo n.2 nel centro emozionale… L’uomo n.3 nel centro intellettuale… L’uomo n.4 ha un centro di gravità permanente, in lui un centro non può avere sugli altri una preponderanza.”( P. D. Ouspensky. Frammenti di un Insegnamento sconosciuto).

Apparecchio formatore. “La parte meccanica del centro intellettuale porta un nome speciale. Se ne parla a volte come di un centro separato e in quel caso è chiamato apparecchio formatore. Una delle particolarità è che non può paragonare che due cose, non può pensare che in termini di estremi e cerca subito il contrario”( Ouspensky).


Identificazione – Il mondo della delusione

di J.G.BENNETT

 Estratto da Deeper man pagg. 170 – 173

L’identificazione gioca un ruolo importante nella psicologia gurdjieffiana. Compare molte volte nei libri di Ouspensky Frammenti di un insegnamento sconosciuto e La psicologia dell’evoluzione possibile per l’uomo. E’ uno dei primi concetti che mi venne presentato quando entrai per la prima volta in contatto con questo insegnamento. L’identificazione è una falsa libertà, l’illusione della libertà, nella quale ci sentiamo liberi perché stiamo facendo ciò che vogliamo fare. Invece di trovare noi stessi, perdiamo noi stessi in ciò che stiamo facendo; e a quel punto ciò che stiamo facendo può anche essere libero, ma noi siamo in schiavitù. Possiamo anche perderci in ciò che stiamo facendo anche se non è quello che vogliamo, anche quando è una cosa riguardo alla quale non abbiamo scelta. Quando siamo in questo stato sentiamo che qualsiasi interferenza con ciò che stiamo facendo è un attentato alla nostra libertà. Se, diciamo, stiamo cucinando in cucina, diventiamo così eccitati e così identificati con quello che stiamo facendo, che se viene qualcuno e ci dice che non lo stiamo facendo nel modo giusto, ci offendiamo e sentiamo che sta interferendo. Pensiamo che la nostra libertà consista nel farlo a modo nostro, mentre qualsivoglia libertà abbiamo avuto, l’abbiamo gettata via, ed avendo la possibilità di essere liberi di fare qualsiasi cosa, abbiamo scelto di diventare schiavi. Quando siamo identificati, è esatto dire che non siamo più affatto noi stessi, perché abbiamo trasferito il nostro senso della nostra realtà a qualcosa al di fuori di noi stessi. Arriviamo a tal punto di farlo apparire una cosa positiva, l’identificarsi, lodando un uomo tutto preso dal suo lavoro, o spendendo enormi quantità di danaro per l’ultimo libro o film sensazionale, cioè in gradi di darci un’identificazione. Diveniamo schiavi di tutto ciò che facciamo, schiavizzati da tutte le persone che incontriamo, dalle situazioni in cui ci veniamo a trovare, e tuttavia c’è questa terribile assurdità, che in tutto ciò pensiamo di essere liberi.

 Per esempio, può avvenirci di lottare con noi stessi, di cercare di trattenere l’espressione di un qualche stato negativo, mentre dentro, ribolliamo. Poi improvvisamente ci lasciamo andare, e mentre sul piano oggettivo stiamo buttando via tutto quello che avevamo guadagnato facendo quello sforzo, ci sentiamo meglio, ci sentiamo liberi, e giustifichiamo il tutto dicendo che abbiamo voluto essere sinceri. Abbiamo permesso che questa triade negativa ci dominasse, e tuttavia ci sentiamo bene, ci sentiamo meglio, perché non sospettiamo nemmeno che tali stati negativi non hanno alcun posto in chiunque aspiri all’appellativo di uomo.

Come altro esempio, questo stato lo scopriamo molto chiaramente in noi nei riguardi di ciò che possediamo. Noi tutti abbiamo qualcosa che possediamo e a cui siamo attaccati, come si dice, o meglio con cui ci identifichiamo, e se c’è il pericolo che si perda, per noi è peggio che se perdessimo noi stessi. Mi ricordo un esempio di ciò che mi colpì molto, e che ebbe luogo molto, molto tempo fa, quando ero in uno dei gruppi di Ouspensky. Stavamo parlando delle difficoltà che incontravamo a ricordare noi stessi, e lui disse che per ricordare dovevamo avere qualcosa che ci facesse ricordare. Continuò col dire che per avere questo qualcosa dovevamo sacrificare qualcosa che ci era prezioso, allontanare da noi qualcosa cui tenevamo. Una donna gli disse che stava arrivando alla disperazione, che erano svariati mesi che cercava di fare qualcosa e non era riuscita a fare nulla. Lui le disse che doveva guardare in casa e trovare qualcosa a cui teneva e sacrificarla.

 Lei sembrò molto imbarazzata per un momento, poi disse: “Be’, a dire la verità, a casa ho un bellissimo vecchio servizio da tè che ho ereditato completo da mia madre, e a cui sono attaccata”. La sua risposta fu: “Rompa una delle sue tazze di porcellana e ricorderà se stessa”.

La settimana dopo, lei venne in uno stato autenticamente isterico, dicendo: “Sono stata molto turbata da quello che ha detto riguardo alle mie tazze di porcellana. Non potrei rompere una tazza di porcellana neanche se fosse per salvare la mia anima”. La sua risposta fu semplicemente: “Vede cosa significa l’identificazione?”.

 I nostri rapporti personali sono costantemente rovinati dal fatto che siamo identificati con le persone e con ciò che esse possono pensare o provare per noi. Basta che una persona faccia il minimo piccolo gesto ed il nostro mondo interno si riempie d’ogni sorta di reazioni emotive. Qualsiasi cosa può essere esagerata fino all’assurdo. Una parola di critica, e pensiamo di essere un odiato reietto. Un cenno d’assenso e crediamo d’esser riconosciuti per saggi o eminentemente importanti. In tutto questo, nessun altro ci ha fatto identificare. L’abbiamo fatto da soli.

 Quando qualcosa ci scuote dallo stato di identificazione, c’è un qualcosa di molto spiacevole nel renderci conto di quanto ci eravamo persi; non possiamo sopportare di riconoscere la verità. Quando siamo identificati la nostra visione del mondo è terribilmente ristretta. Il momento presente si riduce ad un punto. Ma quando siamo totalmente identificati, completamente persi, crediamo di essere liberi al massimo, di vedere tutto ciò che è reale. Inizialmente quando incontriamo questo concetto, ci è quasi impossibile accettare davvero che noi possiamo identificarci: gli altri, si, ma non noi. Una volta che invece lo abbiamo realmente visto in noi, una volta assaggiata l’amara realtà della cosa, non ci è più possibile guardare noi stessi come facevamo prima. Non possiamo più “dormire tranquilli” come dice Gurdjieff. Ecco perché l’osservazione di sé deve essere intrapresa con la ferma volontà di non fermarsi di fronte a nessuna barriera, di non sfuggire ad alcunché si scopra e di non mancare di seguire le inferenze che inevitabilmente discendono da ciò che si è visto.

 Quando lavoravo in uno dei gruppi di Ouspensky, ci incontravamo una sola volta alla settimana, ma trascorrevamo mesi ad anche anni a cercare di arrivare ad una comprensione di come queste leggi negative agivano in noi, e come, una volta capito il loro funzionamento, potevamo superarlo, come potevamo metterci sotto l’influsso di leggi superiori. In realtà non vi sono due approcci diversi per questo lavoro, uno che affronti le leggi negative e uno che affronti le leggi superiori, le leggi essenziali. Ogni volta che, attraverso la lotta con i nostri stati negativi, arriviamo al punto in cui siamo capaci di separare noi stessi da noi stessi e osservare noi stessi in modo imparziale, non solo arriviamo a capire in che modo le leggi inferiori operano in noi, ma anche, allo stesso tempo, stiamo creando in noi un posto libero dalle loro influenze, operante secondo leggi diverse. E d’altra parte, ogniqualvolta ci avviciniamo ad uno studio teorico delle leggi superiori, delle leggi dell’essenza, che non è fondato sul lavoro su noi stessi, quali che possano essere le nostre sensazioni soggettive , non stiamo sperimentando l’azione delle leggi superiori ma solo l’azione della nostra immaginazione.

 Gurdjieff affermò più di una volta che questo insegnamento ha origine da una fonte consapevole. Per comprenderlo, dobbiamo essere capaci di avvicinarci ad esso in modo consapevole, di avvicinarci ad esso per mezzo e non a partire da il meccanismo del nostro sé ordinario. Possiamo affermare che l’intero tema delle leggi negative è di immensa importanza per una comprensione della psicologia del nostro possibile sviluppo, purché, naturalmente, a tutto ciò ci si avvicini nel modo giusto, cioè in termini pratici, nei termini delle nostre negatività e delle nostre meccanicità. E per quanto siamo solo noi stessi l’unico soggetto adeguato di questo studio, non è qualcosa che possa essere fatto da soli.

 Copyright – J.G.Bennett e Elizabeth Bennett